Mar, Lug 23, 2019

Storia di una aspirante web writer, capitolo secondo.

Era un giorno come tanti altri. Non era ancora arrivata l’estate e a Palermo faceva un caldo insopportabilmente indimenticabile. Se ci 

penso sento ancora caldo. Ricordo di aver acceso il computer e di aver cercato – come tutte le mattine – un lavoro. Un lavoro sì, ma non uno qualsiasi. La mia ricerca partiva sempre da qualcosa di estremamente specifico e quando il campo delle scelte cominciava inevitabilmente a restringersi, la ricerca si allargava, sempre più. Così arrivai ai soliti annunci per promoter pieni di vita e a quelli per categorie umane inesistenti: “laureato, conoscenze approfondita di qualsiasi settore esistente, preferibilmente con esperienza quinquennale, ottima conoscenza della lingua inglese, elevata predisposizione al problem solving, preferibilmente amico di Bill Gates. Età massima? 23 anni. Ah, e ovviamente chiariamo fin da subito che si tratta di uno stage non retribuito, sia chiaro”.

Insomma, avevo bisogno di lavorare. E quando si manda un interminabile pila di curriculum come se fosse Natale e non si riceve neppure una risposta, si arriva allo stadio dell’isterismo e della disperazione. “Possibile che nessuno risponda? Avrò messo una foto inquietante? Troppe poche informazioni? Magari avrò sbagliato il testo della presentazione”. No, è tutto corretto.

Era un periodo “no”. Tra i tanti rifiuti, tra le tante non risposte e tra i tanti, troppi curriculum spammati come se stessi facendo la promozione di un prosciutto, mi accorsi semplicemente che, in realtà, stavo semplicemente svendendo me stessa. In cambio di un “Sì, hai la remota possibilità di al caso nostro”.

Una decina di curriculum al giorno giunti puntualmente sulle caselle di posta di imprenditori, redazioni, agenzie, aziende piccole, aziende grandi, aziende farlocche, aziende inesistenti. E poi, il nulla. Tutto taceva e, lo ammetto, quel silenzio era imbarazzante, umiliante, intollerabilmente pesante.

Qualche risposta è arrivata, certo. E anche i colloqui sono arrivati. Ah, i colloqui, pura magia ragazzi. Mi chiedevano puntualmente che esperienza avessi e io rispondevo: “Beh, mi sono laureata, ho fatto uno stage in un’azienda di comunicazione, ho fatto un corso di web marketing e poi, niente, sono qui perché, fondamentalmente, vorrei cominciare a lavorare…”. In realtà avrei voluto rispondere: “Beh, ho studiato fino a ieri, che esperienza vuoi che abbia, grande genio?”.

E, spesso, a chiedermelo erano ragazzi poco più che trentenni, insomma, poco più grandi di me. Mi sconvolgeva così tanto questa domanda – fatta poi da un tizio che aveva penato per avere quel posto precario, probabilmente in nero e pure sottopagato – che il mio sguardo perplesso credo trasparisse inevitabilmente. Ma non avevo più intenzione di rispondere a questa domanda, piuttosto li avrei salutati con un “vaffa”.  

Improvvisamente l’occhio mi cadde su un annuncio.

Io sono una che ama stare al sicuro, una di quelle legate alla propria città d’origine, ma neanche eccessivamente. Insomma, io il lavoro lo cercavo qui, a Palermo, e non perché rifiutassi a priori l’idea di andare via, ma perché costruirsi un futuro con una paga sotto i 1000 euro al mese è possibile a Palermo, ma non altrove. Sia chiaro, ho inviato curriculum in qualsiasi città: a Roma, a Milano, a Torino e in tutta la Sicilia. Ecco, un giorno mi arrivò una risposta: da Ragusa. La città più a sud che c’è.

Quattro ore di auto separano Palermo da Ragusa. Autostrade interrotte, scorrimenti veloci, traffico e lavori in corso sono soltanto alcuni degli ostacoli che si devono superare per passare al livello successivo e salvare la principessa. Piena di speranze ho caricato l’essenziale in auto e sono partita alla volta della costa sud-orientale.

La prima settimana è passata all’interno di in un b&b in un quartiere poco raccomandabile e frequentato da turisti esagitati. Tornavo dal lavoro alle sette del pomeriggio e ricominciavo con la ricerca disperata di monolocali a buon prezzo.

Lo ammetto, ero stanca ma felice. Ce l’avevo – quasi – fatta. Avevo trovato un lavoro e mi piaceva pure. Mi occupavo di eventi. Studiavo i brief, ingaggiavo artisti, dipingevo a mano rotoloni 3×3 creando grafiche originali per degustazioni. Partivamo alle 8 di mattina per luoghi sparsi in qualsiasi punto dell’isola, scaricavamo gli scatoloni di 70 chili, le pareti e i tavoli smontati dal furgone, li montavamo, preparavamo le degustazioni. Poi andavo in bagno a cambiarmi e facevo la hostess. Di nuovo: smontare, caricare sul furgone e ripartire. Tornavamo alle quattro del mattino dopo un’assurda giornata a sorridere, cosa che mi provocava una paralisi facciale e dei dolori insopportabili. Ma ho imparato a conoscermi e ad amare ancora di più il lavoro, per quanto duro potesse essere, e ne avevo bisogno.

Le storie belle, però, sono belle a metà, almeno per noi comuni mortali. Un lato negativo c’era: quei cavolo di voucher. La paga, poi, era troppo bassa per riuscire a pagare un affitto da 300 euro e tentare di sopravvivere facendo una ridicola spesa da Lidl. Fu una decisione poco facile quella di tornare a Palermo. Tornare indietro, rinunciare, tornare nel luogo che avevo lasciato e da cui ero scappata. E poi, lo ammetto, lasciai un pezzo di cuore in quella meravigliosa città.

L’estate era quasi giunta al termine, ma i propositi erano tanti. Si ricominciava tutto da capo.

Classe 1989. A volte scambio un pennello per una penna e inizio a dipingere parole. Blogger e Redattrice web.

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