Ven, Set 20, 2019

Voglio raccontarvi una storia. Non una storia qualsiasi, sia ben chiaro. Una storia già nota, ma pur sempre originale, fatta di colpi di scena, ma anche di alcuni momenti morti.

Questa storia è una bella storia, è la mia, ma è anche la storia di tanti altri. E voglio essere sincera con voi, questa storia non ha un lieto fine, ma neppure un finale tragico. In realtà non ha nessuna fine, perché non ancora non esiste. Questa storia è fatta di pagine bianche, tante, e molte ancora da scrivere. Voglio raccontarvi i primi capitoli, sperando sarete ancora qui quando scriverò i prossimi.

 

Storia di una aspirante web writer, capitolo primo.

Ricordo bene il giorno in cui misi per la prima volta piede nell’Ateneo universitario di Palermo. Camminavo senza abbassare lo sguardo, sorridevo, mi guardavo intorno e sorridevo. C’era un viavai di gente dall’aria importante: studenti che correvano a lezione, professori che imbracciavano valigette rovinate, laureandi malridotti e con le occhiaie e incoscienti matricole appena arrivate, come me.

Quello dell’università è un bel mondo. È una fase di profondo cambiamento: sociale, personale, professionale. Si impara ad assumersi responsabilità più o meno grandi, ad organizzare il lavoro, a confrontarsi, a dibattere, si impara a pensare prima di aprire bocca. Si impara perfino ad amare il caffè, quello della macchinetta in comodato d’uso.  

Ogni giorno prendevo la metro spostandomi da una città all’altra per seguire le lezioni. Insomma, ero una studentessa fuori sede, ma ero davvero felice. Mi sentivo finalmente parte di qualcosa di importante. Pensavo “la società stava cominciando ad accogliermi nel grande mondo del lavoro“.

 

Dal bianco al nero?

Ben presto, però, la mia visione rosea di un futuro esaltante cominciò a sfumare e, con il passare dei mesi, cominciavano a circolare le voci sul lavoro precario, sull’impossibilità dei laureati di trovare un impiego, di avere un contratto. Insomma, di costruirselo il futuro.

Le mie passioni sono rimaste le stesse di dieci anni fa: scrittura, comunicazione sul web e pittura. Non cambiarono neppure quando cominciai ad accorgermi che forse, queste passioni, non mi avrebbero mai assicurato un futuro (probabilmente neppure un presente).

Sarà stata la paura di uscire dall’università senza alcuna esperienza. Sarà stata l’irrefrenabile desiderio di mettermi subito in gioco. Sarà stata l’incapacità di stare ferma con la mente per impegnarla in qualcosa di nuovo e stimolante. Fatto sta che cominciai a cercare un corso professionalizzante da seguire e ne trovai uno proprio sul web marketing.

Restai affascinata dalle materie del corso. Pubblicità, Web Marketing e Comunicazione, mi convinsero che quella fosse la strada giusta da seguire. Dopo 900 ore e uno stage in un’azienda di comunicazione e advertising di 240, ero certa di stare facendo le scelte giuste. La mia prima azienda, la mia prima esperienza, il mio primo ingresso nel mondo del lavoro.

 

Laurea = lavoro?

Sì, il giorno della laurea è arrivato lo stesso e lo ricordo bene. Beh, lo ricordo bene perché è successo non molto tempo fa e, soprattutto, perché è stato un traguardo così sofferto che le mie risate isteriche continuarono per svariati giorni dopo. Fa sorridere, ma nonostante io provenga da un’inquietante discendenza di fanatici della scuola, un’intera famiglia di insegnanti incalliti, io con i professori ho sempre avuto problemi, seri.

Ho incontrato pochi professori competenti e tanti, tanti professoroni sui generis. Mi piace studiare, non è questo il punto. Mi piace studiare argomenti che stimolano il mio interesse. Adoro leggere testi diversi e scoprire nuovi modi di comunicare. Nel mio corso di studi, però, gli argomenti interessanti si contavano sulla mano di Bem, il mostro umano, e per questo ho sempre preferito lo studio da autodidatta. 

 

Professoroni che straparlano? Meglio non ascoltarli.

Ho sempre sofferto di ansia da esame, di quella che colpisce l’apparato gastrointestinale per settimane e settimane. Insomma, il mio periodo universitario si può riassumere in materie poco interessanti, professori disturbati e disturbi gastrointestinali. 

Credo che il mio criptico rapporto di tolleranza e odio con l’ala insegnanti abbia una radice precedente all’università, che mi porta agli anni del liceo. Ricordo bene il mio professore d’italiano – un uomo eccentrico, simpatico alla vista, ma estremamente spocchioso e arrogante – che mi disse che io non sapevo scrivere. Lo disse sghignazzando sotto i baffi e provando un certo piacere vedendomi estremamente sorpresa dalla sua affermazione. Ricordo che uscendo dall’aula mi misi a piangere. Per diversi mesi mi chiesi se quell’affermazione fosse vera o se avrei, invece, dovuto fregarmene e seguire comunque la mia passione. Me ne fregai.

Oggi scrivo per passione e scrivo per lavoro. E nessuno mi ha più detto che non so scrivere. La strada è ancora lunga e non vedo l’ora di parlarvi del mio ingresso nel grande mondo del lavoro precario.

Capitolo secondo

 

Classe 1989. A volte scambio un pennello per una penna e inizio a dipingere parole. Blogger e Redattrice web.

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