Le nuove parole della pandemia: tra riscoperta e infodemia

Gen 31, 2021 | Coffee Corretto | 0 commenti

Nel giro di un anno, abbiamo letteralmente visto cambiare il mondo intorno a noi. La pandemia ha colpito grandi aziende, piccoli commercianti e interi settori economici, stravolgendo anche la vita di ognuno. Ci ha costretto a modificare le nostre abitudini e a rinunciare a tutte quelle piccole libertà che rappresentavano la normalità e che davamo ormai per scontate. 

E in tutto questo marasma, il virus non ha condizionato soltanto la nostra quotidianità, il mondo del lavoro e l’economia mondiale, nazionale e locale. Ma anche la lingua

Gli avvenimenti sociali, infatti, hanno un grande potere: quello di far nascere nuove parole o di aggiungere significati nuovi alle parole che conosciamo e utilizziamo ogni giorno. 

Insomma, la pandemia ha dato una scossa anche al mondo dei linguisti e ha ricordato a tutti noi quanto la lingua possa correre veloce, a un ritmo inarrestabile. Nuovi usi e parole ritrovate, significati stravolti e parole rimestate, rifiorite, rivalutate. E diciamolo, anche parole condivise, che ci hanno fatto sentire più vicini e hanno mostrato il nostro lato più solidale e umano, rendendoci parte di una comunità viva e unita nonostante la distanza. 

Tra le centinaia di parole che ci hanno accompagnato in questo ultimo anno di pandemia, ne utilizziamo diverse ogni giorno. Spesso, senza accorgercene neppure. 

Ma quali sono queste nuove parole o questi nuovi significati? Ne parliamo in questo articolo!

 

Dal Devoto-Oli a Treccani: quali sono le nuove parole ai tempi del Coronavirus?

Da smart-working a paziente zero, da droplet a spillover. La lingua si evolve, muta e rincorre il cambiamento che avviene nel mondo. Non è retorica, ma la realtà. 

E a dimostrarlo è il Nuovo Devoto-Oli che, con Luca Serianni e Maurizio Trifone alla guida, è arrivato alla sua quarta edizione con 600 nuove parole, tra neologismi e nuovi significati. Gran parte di queste parole sono legate alla pandemia e all’emergenza sanitaria (Ansa). 

Diciamolo, a contribuire a questo cambiamento repentino sono stati anche i social media e, come sempre, le reti televisive nazionali. A furia di sentire termini come “distanziamento sociale” e “lockdown”, la gente ha iniziato a utilizzarli costantemente, arricchendo il proprio vocabolario. Non in modo forzato, ma in modo del tutto naturale. 

Una parola che torna alla ribalta e risorge, però, può portare anche alla nascita di nuove parole. È il caso di “quarantena” e “quarantenare”. Ci sono poi parole che abbiamo sempre utilizzato con un significato specifico ma che, in circostanze ben precise, ne assumono addirittura uno nuovo. Un esempio concreto è dato dalla parola “tamponare” che mette da parte il significato di “causare un incidente automobilistico” e abbraccia quello del “fare un test diagnostico”. 

Insieme all’Istituto superiore di sanità (Iss), anche la Treccani ha dato vita a un vocabolario base che include i dieci termini essenziali per spiegare la pandemia agli studenti

 

Epidemia e Pandemia

Entrambe vengono dal greco. Da una parte epidemìa (epì + dèmos), con il significato di “sopra il popolo”, che indica qualcosa che incombe sulla popolazione e si diffonde tra la gente. La seconda, invece, viene da pan+demos, letteralmente “tutto il popolo”. Pandemia fa riferimento a un qualcosa che riguarda il popolo intero e che si diffonde rapidamente, senza controllo. 

Non è raro che vengano utilizzate con lo stesso significato vista la somiglianza nel significato. In realtà, presentano una differenza rilevante, almeno per il mondo della medicina. Con epidemia, infatti, si fa riferimento alla diffusione localizzata di una malattia infettiva, limitata a un’area geografica circoscritta. Con pandemia, si indica una diffusione incontrollata della malattia infettiva non più a livello locale, ma mondiale o intercontinentale.

Anche per il Coronavirus è stato così. Una “semplice” epidemia che, dopo aver superato i confini nazionali ed essersi diffusa in tutto il mondo, l’11 marzo 2020 è stata ufficialmente dichiarata una “pandemia globale”. 

 

Coronavirus

Si tratta di un prestito dell’inglese ed è composto dai termini latini corona e virus. Come si legge sul sito dell’Accademia della Crusca, “l’uso della parola coronavirus resta per decenni circoscritto all’ambito specialistico di origine, della biologia e della medicina”, per riaffiorare nel 2003 con l’infezione da SARS-Cov-1. I casi arrivarono a sfiorare gli 8500 in tutto il mondo, con 800 morti attestati. 

Ma la parola coronavirus torna a farsi sentire anche nel 2014 con l’infezione da Mers-CoV, un virus che presenta un tasso di mortalità maggiore e che ha colpito soprattutto i Paesi del Medio Oriente, nonostante le segnalazioni provenissero da tutto il mondo. Ad oggi, questa epidemia ha causato 858 morti, con 2494 casi accertati. 

Eppure, è nel 2020 che il termine “coronavirus” entra a far parte della lingua d’uso corrente e acquista vigore, rafforzato dagli avvenimenti sociali in corso. Il nuovo coronavirus (COVID-19 o Coronavirus Disease 19) porta a una rapida diffusione della parola, dovuta principalmente all’eco mediatico dell’epidemia e dall’utilizzo quotidiano sui social media

 

Paziente zero

“Il primo paziente individuato, studiato e sottoposto a terapie all’interno del campione della popolazione di un’indagine epidemiologica”. (Treccani)

Almeno una volta, in questi mesi, abbiamo pronunciato le parole “paziente zero”. Prima del 2020, probabilmente, ci è capitato raramente o forse mai. 

Eppure, di pazienti zero ne abbiamo già sentito parlare. Ad esempio, nel 1980, quando allo steward dell’Air Canada Gaëtan Dugas venne diagnosticato il sarcoma di Kaposi, un tumore associato all’AIDS.

Anche nel 1976, quando l’Ebola uccise l’insegnante Mabalo Lokela nel giro di poche settimane e nel 2003, quando la SARS fece la sua prima vittima, il microbiologo cinese Liu Janlun. La storia del paziente zero ci porta addirittura fino al 1854, quando l’epidemia di colera diffusasi a Soho (Londra) coinvolse un bambino della Louis House.

 

Lockdown e distanziamento sociale

Dalla combinazione dei due termini inglesi, “lock” e “down”, nasce questa parola che per tutto il 2020 ci ha accompagnati nel bene e nel male. Diciamolo, con un po’ di timore nel sentirla pronunciare. È stata ampiamente utilizzata dai media di tutto il mondo per indicare le misure di emergenza messe in atto dai rispettivi governi e può essere tradotta letteralmente come “confinamento”.

Ma è esatto utilizzare questa parola per fare riferimento alle misure di contenimento? In realtà, non proprio. Dal punto di vista lessicale, la parola di origine americana lockdown fa rispettivamente riferimento a: 

  • isolamento dei detenuti temporaneo come misura di sicurezza; 
  • misure di emergenza in risposta a un pericolo imminente, come il crollo di un edificio o una sparatoria in corso. 

Insomma, siamo ben distanti dal significato che i media hanno attribuito a questo termine

Se parliamo di isolamento presso la propria abitazione, di chiusura delle scuole, dei locali commerciali e delle attività o delle restrizioni sugli spostamenti, allora è decisamente più appropriato utilizzare la parola “distanziamento sociale”. Quest’ultima, infatti, fa proprio riferimento alle misure di contenimento messe in atto per contrastare un’epidemia o una pandemia in corso. 

 

Infodemìa

Ecco un’altra parola che nel 2020 ha ripreso vita oltrepassando i confini del linguaggio settoriale. Infodemic, infatti, è un termine ricorrente nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità ed è stata coniata da David J. Rothkopf, facendo la sua comparizione nel 2003 in un articolo del Washington Post. 

Dall’unione di information e epidemic, questa parola fa riferimento alla circolazione incontrollata e rapida di informazioni, spesso non attendibili. Un virus globale, una “malattia” pericolosa per cui l’Organizzazione mondiale della Sanità sta cercando una cura, “allertando sull’ondata di fake news che il coronavirus di Wuhan sembra essersi portato con sé in molti altri Paesi del mondo, oltre alla Cina”. (Simone Cosimi, Repubblica)

 

Quarantena

Da 40 giorni a 14 giorni. Sì, perché la parola “quarantena”, in origine, faceva riferimento a un periodo di isolamento di ben quaranta giorni, come misura di emergenza per scongiurare malattie epidemiche. 

Nel ‘400, fu la Repubblica di Venezia la prima a mettere in campo delle misure sanitarie sistematiche per contenere la diffusione dei contagi. I quaranta giorni di isolamento, però, non avevano realmente una ragione scientifica e, ad oggi, sono semplicemente state avanzate delle ipotesi al riguardo. Nonostante il termine sia rimasto tale e quale, la quarantena “di oggi” può durare molto meno, a seconda del protocollo sanitario previsto per ogni caso specifico. 

Per quanto riguarda il Coronavirus, ad esempio, chi è entrato in contatto con persone positive o è risultato positivo è stato sottoposto a un periodo di quarantena di 14 giorni. Una durata stabilita dalla comunità scientifica come “fase massima di incubazione del virus”.

 

Linguaggio che cambia: le parole più cercate su Google

 

Nuove parole e nuovi significati

Possiamo dire che il rischio di “infodemìa” oggi è davvero molto alto, soprattutto sui social. Ma non siamo qui per trovare un colpevole alle fake news (anche perché sarebbe come cercare una penna nelle profondità marine dell’Oceano Atlantico), piuttosto perché voglio parlarti di tutte quelle “nuove” parole che zitte zitte, durante tutto il 2020, si sono imposte nell’uso quotidiano e, doverosamente, sono state aggiunte anche da alcuni dizionari. 

Quali sono? 

 

Tamponare

Ebbene sì. Sapevamo che tamponare significasse “chiudere con un tampone”, ovviamente parlando di ferite o epistassi. Al massimo, utilizzavamo tamponare con il significato di “urtare un veicolo” oppure di “rimediare a un danno”. 

Eppure, nell’edizione 2021 del vocabolario Zingarelli, troviamo una nuova accezione del termine tamponare. Da oggi, può essere utilizzato anche con il significato di “sottoporre a esame diagnostico, mediante tampone, campioni di secrezioni organiche”.

 

Lockdown (aridaje!)

Sì, ne abbiamo parlato prima. Ma non ti abbiamo detto che il termine lockdown è stato inserito dall’Accademia della Crusca nell’elenco delle parole nuove.

Ti abbiamo già accennato quali sono i diversi significati del termine, ma proprio per l’utilizzo che se ne è fatto durante tutto il 2020 e dopo essere stata una delle query di ricerca più digitate (più di dieci milioni di volte nell’ultimo mese su Google), da oggi potrà essere utilizzata anche per indicare le misure di contenimento messe in atto dai diversi Paesi colpiti dalla pandemia. 

 

Covidiota

Se ti suona come un insulto, hai fatto centro. Il termine covidiota è una new-entry degli inizi del 2020, utilizzata in modo errato dai cosiddetti “negazionisti” della pandemia e del coronavirus. Di questa parola ne parla il linguista Giuseppe Antonelli ne Il mondo visto dalle parole (Milano, Solferino, 2020), in cui fa riferimento all’origine inglese del termine: covidiot per l’appunto.

Covidiota nasce dall’unione di due parole, covid e idiota. La parola si riferisce a “chi ignora stupidamente le misure di sicurezza anti-covid o fa scorte irrazionali di prodotti alimentari incrementando il panico“. In poche parole, a chi non rispetta le regole e mette a rischio se stesso e gli altri.

Eppure, l’abuso di questo termine e il rimbalzo “infodemico” sui social, ha dato vita a una nuova interpretazione. Addirittura contraria. I negazionisti si sono appropriati del termine utilizzandolo contro chi segue le regole, indossa la mascherina e si affida alle fonti ufficiali.

 

Droplet

Preso in prestito dall’inglese droplet (drop + let), questo termine indica “l’insieme delle goccioline di saliva emesse dalla bocca quando si parla, si starnutisce o si tossisce” (Accademia della Crusca). Nel 2020 ne abbiamo sentito parlare, ma si tratta di un termine principalmente utilizzato in ambito medico-sanitario

Ma è da febbraio 2020, che la parola droplet inizia ad essere largamente utilizzata dai media. Si trova sui quotidiani, su articoli online e anche sui social media che parlano dell’importanza di mantenere una certa distanza di sicurezza. 

 

Spillover

Siamo di fronte a un altro termine inglese. In microbiologia, lo “spillover” indica il trasferimento o il passaggio inter-specifico di un agente patogeno da una specie a un’altra. È il cosiddetto “salto di specie” che, nel caso del Coronavirus, sembra aver determinato il passaggio del virus dall’animale (forse un pipistrello) all’uomo e, quindi, scatenato prima l’epidemia e poi la pandemia. 

Spillover” è anche il titolo del noto libro del giornalista scientifico e naturalista David Quammen, pubblicato nel 2012, in cui racconta del modo in cui viene alla scoperta dello spillover seguendo i cacciatori di virus ed esplorando le grotte della Malesia e le foreste pluviali del Congo. È lì che, probabilmente si nascondono i virus di Ebola o SARS e i possibili vettori delle prossime epidemie e pandemie globali. 

 

Le parole oltre la pandemia: i linguaggi che cambiano

Abbiamo passato in rassegna alcune tra le parole più rappresentative del 2020 e di questo appena nato 2021. Parole assopite e dimenticate, tornate alla ribalta e utilizzate persino sui social media, tra i giovanissimi. 

Nonostante la pandemia e i problemi che stiamo ancora affrontando, possiamo dire che il nostro vocabolario si è arricchito parecchio in quest’ultimo anno. E che dir si voglia, questo (passatemi il termine) è sempre un fatto positivo.

Vedere come la lingua sia in grado di adattarsi e di cambiare, velocemente e sulla base di avvenimenti sociali e culturali in corso, è semplicemente sorprendente. E a noi appassionati di scrittura per il web questo non può far altro che incuriosirci maggiormente e darci un ulteriore stimolo per utilizzarla al meglio.

Ma abbiamo anche una grande responsabilità, perché non siamo soltanto spettatori di questi cambiamenti e fruitori passivi della lingua, ma anche creatori, comunicatori e promotori. In tal senso, credo sia fondamentale seguire con attenzione e in modo consapevole il rinnovamento linguistico che stiamo vivendo.

Scritto da Clara Amico

Scritto da Clara Amico

Copywriter & UX Writer

Classe 1989. Cacciatrice di refusi e copywriter poliedrica. Ho iniziato a coltivare il mio amore per la scrittura collezionando penne dall’età di tre anni. Oggi, vivo di parole, UX e microtesti e la qwerty è diventata la mia penna più preziosa.

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